sabato 3 settembre 2011

La Piazza Senza Nome

In mezzo al centro storico di Genova c'è il Ghetto. Che per la verità, un “ghetto” per davvero non lo è mai stato; qualcuno dice che, una volta che veniva in visita un papa, averci un ghetto avrebbe fatto bello e allora si tirarono su due muri in fretta e furia attorno ad un gruppo di case. I muri li buttarono naturalmente giù poco dopo che il papa se n'era andato ma il nome rimase.
Non è che io ci creda, ma la storia è carina.
Il Ghetto è composto da quattro vicoli in croce. Letteralmente. Un po' perché sono tra le poche strade del centro storico che si incrociano ad angolo retto e un po' perché si estendono attorno a Vico della Croce Bianca. Che prende il nome da un'osteria che c'era lì tanto tempo fa (questa storia è meno carina, ma mi sembra più veritiera).
In mezzo al Ghetto c'è la Piazza Senza Nome. Che per la verità non si chiama così... cioè non si chiama affatto, quindi tutti la chiamano Piazza Senza Nome. Il fatto è che una volta lì c'erano delle case, che poi sono venute giù... credo che fossero le bombe degli inglesi, o magari erano le bombe dei francesi.... sia come sia le case sono venute giù, ed è rimasto un buco che, in una città stretta come e alta come Genova può benissimo essere una piazza. Ora, la zona in sé non non è mai stata abitata da gente notevole o notabile, pertanto del Ghetto non è mai fregato niente a nessuno: così, anche se a Genova e in Italia abbiamo avuto un sacco di gente cui sarebbe stato bello dedicare una piazzetta, a nessuno è mai venuto in mente che in mezzo al Ghetto ci sarebbe stata una piazza bell'e pronta da intitolare a qualcuno.
Sì, è vero... non è che la gente a cui valeva la pena intitolare una piazza sia stata così tanta. E magari a qualcuno non pareva bello legare il nome di qualche persona illustre a un quartiere pieno di extracomunitari e travestiti. Ah sì, mi ero dimenticato: i famosi quattro vicoli in croce che compongono il Ghetto hanno come unica attività commerciale i bassi dei transessuali. Diciamo che è una sorta di retaggio del Medio Evo, quando gli artigiani di una stessa professione si riunivano in un'unica zona. Periodicamente arriva sempre un qualche assessore che, in nome del decoro cittadino, invoca un qualche contorto anatema legislativo per “allontanare i travestiti dalla strada”. Personalmente io li trovo... cioè no... le trovo (ecco, meglio) persone squisite e di gradevole conversazione, con cui scambiare quattro chiacchiere sulla qualità dei biscotti dell'ennesimo supermercato (qua intorno ne hanno aperti CINQUE) o sul modo più economico per raggiungere San Francisco (sono una delle poche categorie di italiani che ancora viaggia perché gli piace farlo e non per scappare da qui). E poi, diciamolo, se non ci fossero loro a fare da presidio, la strada si trasformerebbe immediatamente in una bolgia dantesca di immondizia e cacche di cane. Che comunque permangono in una quantità abbastanza indecente, nonostante abbia più volte visto i trans armarsi di ramazza e cercare di rendere un po' più accogliente il loro “posto di lavoro”. Sia detto, la Nettezza Urbana in questi vicoli stretti fa quel che può, ha anche messo due ecopunti, che sono cose che dette così non significano niente, ma nella realtà sono uno stanzino pieno di cassonetti illuminati da una tetra luce blu. I cassonetti ci servono come il cuore che pompa il sangue, o meglio, come il dotto anale che espelle le inutili macerie dei nostri consumi. Le luci blu, ahimé, si rendono necessarie perché così i tossici non riescono più a trovarsi le vene e non rischiano di iniettarsi una costosa dose in un tendine qualsiasi, così vanno da un'altra parte (che poi non è vero, perché là dentro si sistemano gli spacciatori). Ah già. Me l'ero dimenticato... nel Ghetto c'è anche qualche tossico. Non sono più gli eroinomani degli anni scorsi, i pochi sopravvissuti di mezza età, ormai con un lavoro rispettabile che si acquattavano sotto un ponteggio, scusandosi con i passanti se gli intralciavano la strada; adesso a bucarsi sono i nuovi poveri, maghrebini o sudamericani, resi piuttosto aggressivi non tanto dalla droga quanto dalla disperazione.
Ok, ok... mi rendo conto che raccontato così il Ghetto sembra un buco schifoso dove non ci avrebbe messo il becco nemmeno De André. E invece non è così. A parte il fatto che De André ci è venuto, perché Via del Campo è proprio qua dietro e anche se ha chiuso il negozio di Gianni Tassio, che sparava le canzoni del Faber a tutto volume per la strada (sinceramente era una rottura), alcune delle strofe sembrano aleggiare lo stesso... soprattutto quella che diceva Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior. Ecco, il bello del Ghetto è che se riuscissimo a togliere il letame, ci sarebbero un sacco di fiori. Eh, sì, perché nel Ghetto capitano anche cose belle. Mi ricordo quando nell'albergo che da su Piazza della Nunziata sono arrivati tutti i giovani concorrenti del Premio Paganini e noi li sentivamo che provavano dentro alle loro stanze. Tutti i giorni un concerto gratis. I pakistani che abitano sotto di me avevano zittito il loro punjabi pop e rimanevano anche loro affascinati alle finestre. Accidenti... c'era uno, me lo immagino russo, che cercava disperatamente di strappare qualcosa di nuovo da un decotto capriccio che ormai usano persino come jingle dei telefonini e cavolo! Quando finalmente c'è riuscito è stato come sentire Paganini per la prima volta... anzi, è stato come sentire Paganini. Magari, dopo che gli hanno tirato giù la casa in Vico Gattamora, il suo spirito è venuto qui da noi... l'unico pezzo della città che ancora somiglia a quella dove abitava da vivo. Eh, già, perché il Ghetto è l'unica parte della città dove resta lo spirito della vecchia Genova. Non di quella avara, splendente e superba dei quadri di Rubens e Van Dyck, ma quella chiassosa e curiosa del Grechetto, con le sue processioni di bestie strane, però consce di essere tutte sulla stessa arca di Noé. Il Ghetto è infatti anche un po' questo: un'arca di Noé che accoglie gente di ogni parte del mondo, tant'è che a qualunque ora del giorno e della notte c'è sempre qualcuno che parla al cellulare con qualcun altro all'altro capo del mondo. E credetemi, io un po' nella mia vita il mondo l'ho girato, ma non ho mai visto le cose che vedo qui. L'altro giorno c'era una mamma ecuadoriana che comprava i platanos dal verduraio marocchino, mentre la figlia sbocconcellava un dolce di quelli che si fanno durante il Ramadan. E qui vicino c'è un Kebab gestito da pakistani dove lavorano un russo (cioè no, un ucraino) e una cinese... e il Kebab si chiama “Mazzini” perché è proprio a fianco della casa dove Mazzini nacque. E Mazzini (che detto tra noi era quasi un mio parente) quando parlava di unioni di popoli sono sicuro che avesse in mente qualcosa di più simile al verduraio di prima che alla BCE di Francoforte.
Sia detto, anche le istituzioni internazionali una mano ce l'anno data. Dall'Europa sono arrivati un po' di soldi per il Contratto di Quartiere con cui molti hanno rifatto il tetto e la facciata, mentre l'Unesco ha messo la sua tutela su due palazzi e sulla chiesa di San Filippo. Ah, sì, perché una parte di questi quattro vicoli in croce è considerata patrimonio dell'umanità, c'abbiamo un oratorio barocco che è uno splendore dove ci fanno i concerti e persino un convento di Filippini dove c'è una suora che viene dalle Filippine e perciò si vanta di essere una Filippina al quadrato. E a fianco al convento di Filippini c'è un basso che in virtù della definizione di “ambito di tutela” credo possa essere considerato anche lui Patrimonio dell'Umanità, come pure il trans che ci esercita, la suora filippina e tutti noi che stiamo qua dentro. E mi sono dimenticato sicuramente qualcosa, come la moschea semiabusiva, la Casa di Quartiere, la Colonna infame, la vecchia dei piccioni...
C'è un sacco di gente interessante che gira attorno alla Piazza Senza Nome e quindi, ci sono un sacco di storie interessanti. In questo blog cercherò di raccontarne qualcuna.


Giovan Benedetto Castiglioni, detto Il Grechetto (1609 - 1665)
Entrata degli animali nell'Arca (1650 c.)
Rio de Janeiro, Museu Nacional de Belas Artes 

5 commenti:

  1. Bello! Ma come si chiama il pezzo che fa da jingle a che cosa?

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  2. Scusi dottore ma a chi bisogna inoltrare per dare un nome alla Piazza? Lei che nome suggerirebbe? Se ci fosse anche solo un negozio "borghese" attirerebbe pedoni "normali"?

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  3. Uno si alza la mattina, sente che alla radio c'è il Peer Gynt (quello che faceva da jingle al Vecchia Romagna)... la fidanza è via e uno si spaparanza sul divano, padrone in casa prpria come un leghista della Val Trompia. Accende il computer e scopre che già di mattin presto si trolla a manetta! Come se il nostro leghista aprisse la finestra e trovasse il giardino pieno di norvegesi che, essendo più a nord di lui, lo guardano come fosse un pezzente. Mah...
    Cmq, la musica era La Campanella, e faceva da colonna sonora per una ditta che fa cucine (Paganini, buona forchetta, avrebbe apprezzato)... non dico il nome per non fare puubblicità occulta. Per quanto riguarda la toponomastica, gli Sgruezzi Group Sampdoria si erano rivolti direttamente a sindaco, assessorati vari e consiglio comunale peer intitolare una via a mantovani e ce l'hanno fatta... io però la lascerei così com'è. Ha un suo fascino.

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  4. E poi non sono dottore, sono capitano. COme nella canzone della Bamba...

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  5. POST SCRIPTUM
    Per il negozio, dipendi cosa intendi per borghese... il formaggiaio di via Pré ha il parmigiano a pressi politici e vedo signore di Castelletto in tailleurino che fanno la fila pazienti come ai GUM moscoviti di brezneviana memoria. Chiaro che un negozio di vestiti per fighetti da rimorchio (tipo quelli con le espadrillas a 80 carte) qua lo boicotterebbero direttamnte i residenti, metre a un locale "di tendenza" con sedie di Philippe Stark e spritz a 15 euro gli danno direttamente fuoco. Un negozio di stoffe o un laboratorio si sartoria etnica magari tirerebbero un casino... ma bisogna che prima finiscano i lavori sul lato est della piazza... pare che ci vogliano ancora due anni.

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