venerdì 23 settembre 2011

Pillole per chi non vuol leggere troppo


Carl Spitzweg (1808 - 1885)
Il topo di biblioteca (1850)
Museo Georg Schaefer, Schweinfurt


Sul Ghetto
Parafrasando Kennedy: “T'attacchi se aspetti ce lo Stato farà più qualcosa per te; pensa piuttosto a cosa puoi far tu per lo Stato con i brandelli di ciò che sarà costretto a buttar via”

Sulla partecipazione dei cittadini alla progettazione urbana
Il concetto di “percorso partecipato” che oggi va tanto di moda, nella realtà finisce per spesso per tradursi nell'espressione scocciata di un qualche funzionario che già deve fare miracoli per far quadrare il bilancio. Sarebbe meglio che i comitati di quartiere si adoperassero nella fase di gestione piuttosto che in quella progettuale, in modo da evitare la solita situazione di strutture bell'e pronte, vuote perché nessuno le fa funzionare (per quanto abbia sempre il dubbio che i comitati siano oggi usati in modo “terroristico” dalle parti in causa per favorire veti incrociati)

Sull'immondizia
Chi è senza peccato, getti per terra la prima cartaccia... trovare sacchetti dell'immondizia debitamente legati e abbandonati in strada fa però pensare che a mancare siano più i cassonetti che la buona volontà.

Sui ponteggi
“Junk” in inglese è un termine polivalente, che può indicare “roba vecchia” e “carne sotto sale”, ma soprattutto “spazzatura” o “droga”. Da qualche anno gli architetti indicano come “Junk-space” le aree abbandonate, e i ponteggi abbandonati (perché non più in uso o perché è finito il turno) sono i Junk space più junk di tutti. La cordata spazzatura-piscio-droga si impadronisce di queste aree celate alla luce del sole in men che non si dica, deinde: sarebbe bene eliminare tutti i ponteggi abbandonati e non necessari alla sicurezza strutturale degli edifici, e un po' di problemi sarebbero risolti.



Carl Spitzweg (1808 - 1885)
Arriva il sindaco!  (1870)
Collezione privata

Sulla politica
Il Ghetto protegge e nasconde; non tanto i delinquenti (che ce n'è fin pochi) quanto tutti quelli che, per un motivo o per l'altro, non si riconoscono nei modelli culturali dominanti. Basta fare il confronto con gli amici del comitato di Via Pré: il più eterodosso tra loro sembrava uscito fresco fresco da un programma mattiniero per famiglie di Rai Uno. Per un motivo o per l'altro il Ghetto è infinitamente meno “politicizzabile”, nel bene o nel male.


Carl Spitzweg (1808 - 1885)
Nel Ghetto (1860c.)
Museo Georg Schaefer, Schweinfurt


Sull'integrazione
Per quanto strano possa sembrare, non è un caso che in una città come Genova trans e fedeli musulmani si trovino a condividere spazi attigui: hanno tutti un particolare bisogno di riservatezza, quiete e rispetto che questa città non sembra disposta a dargli (e qui, regolarmente mi incazzo pensando che trecento anni fa le cose erano diverse sotto tutti i punti di vista e Genova, allora, era una città dal respiro mondiale). Il Compassionevole e Misericordioso perdoni questo mio accostamento, ma dal punto di vista dl quartiere, i due gruppi sono i più consistenti numericamente e i meglio organizzati. Senza il loro coinvolgimento si po' fare poco.

Sul valore immobiliare
In qualunque città d'Europa (ma non in America o in Asia, e questo è interessante...) un'area così centrale avrebbe una discreta appetibilità immobiliare. C'è sempre il pericolo che qualcuno si svegli e decida che è un peccato che qua nel Ghetto abiti gente come noi (e i ripetuti accenni al decoro da parte della Pubblica Amministrazione mi fanno sempre pensare a quello). Quindi, quando buttate anche solo una cicca per strada, pensateci.

Sull'economia in generale e il rapporto con le istituzioni
Avete visto in TV il dibattito tra Don Gallo e un nostro ex ministro che oggi pare essere a capo di una “Task Force” (Mio Dio aiutaci!) di economisti che stanno studiando la crisi. Beh, su Il Fatto Quotidiano hanno scritto che Don Gallo sembrava un esagitato mentre l'ex ministro sembrava una persona responsabile. Ora... Don Gallo è partito un po' tanto sull'aggressivo, ma le cose che diceva erano comprensibili e sensate... l'ex ministro ha inanellato una serie di “supercazzole” prive di qualsiasi attinenza alla situazione attuale, tra cui un significativo sproloquio sulla buona salute economica dell'Italia (andatevi a vedere il link sul mio post del 22 settembre: la stessa persona diceva le stesse cose dell'economia americana, qualche mese prima del tracollo del 2006-2007) e un riferimento a San Francesco particolarmente offensivo (oltre che privo di qualsiasi fondamento economico). Morale: oramai non basta più aver ragione per essere ascoltati e, soprattutto, per sembrare responsabili.


Carl Spitzweg (1808 - 1885)
Mercoledì delle ceneri (Arlecchino imprigionato) (1855 c.)
Staatsgalerie, Stoccarda


giovedì 22 settembre 2011

Via del Campo c'è un cassonetto...

Michelangelo Pistoletto (1933 - vivente)
Venere degli stracci (1967)
Museo di Arte Contemporanea Donna REgina, Napoli

Non sei neanche a metà mattina e vedi che S&P ha declassato il rating di 7 (sette) tra le maggiori banche italiane, che lo spread con i titoli tedeschi è sopra 410 e che il governo dà la colpa a non ben precisati circoli anglofoni che speculano contro l'Italia (ah, la perfida Albione!). Ripensi con terrore alle parole sentite in televisione da un ex ministro invitato ad un dibattito con Don Gallo e presentato come il responsabile della Task Force di cervelli che dovrebbe tirar fuori l'Italia dai guai. Rimani un po' dubbioso di fronte alla sicurezza con cui l'ex ministro sosteneva che la posizione dell'Italia era in realtà solidissima. Brrrrrivido! Andate a leggervi l'articolo del 2005 dove la stessa persona affermava che anche  l'economia americana era solidissima e andava a gonfie vele, giusto un anno prima (per la precisione diciotto mesi prima) dell'apocalisse dei mutui subprime (lo trovate all'indirizzo http://www.difesa.it/Ministro/Compiti_e_Attivita/Articoli28/2005-01/Pagine/Dollaro_addio_per_l_Economist_191.aspx ).
Io li ho visti gli effetti di quella crisi... nelle zone residenziali di Washington....o ancora in uno dei quartieri più belli Chicago (quelli attorno ad Astor Place). La stessa Chicago dove si trovano università formidabili (fomidabli sul serio e non ironicamente) dove ha studiato anche il nostro ex ministro. Ebbene, nel 2010 quella zona era soltanto un susseguirsi di case vuote e di cartelli di vendita. Gente che inscatolava le sue cose e scappava su un taxi. Persino crene sui muri per portar via i fili di rame (!!!) in modo da rivenderli come metallo prezioso. Ma soprattutto mettevano tristezza le ghirlande natalizie rinsecchite (era aprile) abbandonate da famiglie che avevano dovuto lasciare la casa dove vivevano in fretta e furia perché, all'improvviso, la macchina tritacarne dell'economia ha sentenziato che vivevano al di sopra delle loro possibilità dopo avergli fatto credere per anni il contrario.
L'Italia, al di là delle incrollabili certezze del governo, rischia di essere un po' nella stessa situazione... ma – fortunatamente – il Ghetto no. Il Ghetto non è un quartiere "bene" e una riduzione nel volume dell'economia nazionale farà un bel po' di danni, ma non quei drammatici sconvolgimenti che ho visto in America. Arriverei persino a dire che, nel Ghetto, le cose sono a volte più facili che dalle altri parti.
Vi faccio un esempio.
Da un po' il comitato di quartiere si sta occupando del problema dell'igiene urbana, che è il modo elegante per dire che cerca di tirar via un po' di rumenta dai vicoli. E già che ci sono, sentono anche le opinioni di quelli che abitano o lavorano nel quartiere, così per individuare dove si vanno a creare le criticità (forma elegante per “montagne di rumenta”). Non sorridete... lo so anch'io che basterebbe andare a vederlo... ma è capire come e perché si formano che forse può risolvere il problema. È questo che distingue un comitato di quartiere da un governo della Repubblica.
Così si cerca di raccogliere tutte le segnalazioni possibili e, tra queste, ce n'era una particolarmente allarmata da parte di una delle fornaie di Via del Campo (che secondo me fa dei dolci molti buoni, con i babà che arrivano al livello di poesia) che lamentava come una colonia di topi stazionasse ormai stabilmente attorno al cassonetto dove lei conferiva le immondizie (forma elegante per “cacciar via la rumenta”) e ormai quasi le impediva di avvicinarsi, quasi fosse diventato territorio “loro”.
Non si era ancora spenta l'eco sinistramente medievale di questa comunicazione (I ratti! La peste! Il ruolo degli umani come specie dominante seriamente minacciato!) che è arrivato un avviso da parte dell'addetto dell'AMIU che si occupa di quel cassonetto: se non fosse cessato il conferimento di sacchi di pane raffermo, il numero dei topi attirati da tanto cibo sarebbe aumentato fino a rendere molto difficoltose le operazioni di smaltimento (forma elegante per dire che se non la smettiamo di dar da mangiare ai topi, loro lì non ci mettono più piede).
Non sorridete. La fornaia in questione dovrà smaltire l'invenduto un po' più distante, e questo significa che potrà dedicare meno tempo ai suoi babà e che tale distrazione potrebbe equivalere ad un abbassamento di rating da “poetici” a “buonissimi”. C'è tanto bisogno di poesia in questo mondo!
Piuttosto riflettete... provate a sostituire alla parola “topi” la locuzione “circoli anglofoni che speculano contro l'Italia”, non vi sembra una storia che avete già sentito? E pensate se fosse possibile mandare qualcuno del comitato di quartiere a parlare con la Task Force di economisti del governo e spiegargli che, probabilmente, buona parte delle cause di questa crisi sono da attribuire a loro a loro.
E a chi se no? Alla fornaia di Via del Campo? Lo so, un confronto del genere non ha senso: se l'Italia fosse un babà, il suo rating attuale sarebbe “mangiabile, ma sa di polistirolo”, da cui si evince che la nostra fornaia fa il suo lavoro meglio dei nostri manager finanziari. D'altra parte uno non va fino a Chicago per sfornare babà.
Eppure, pensateci: una cosa del genere stava quasi per succedere quando Don Gallo ha provato a spiegare in televisione che se il nostro esecutivo avesse avuto ameno una parvenza di politica economica seria, forse oggi non ci sarebbe bisogna né della Task Force dell'ex ministro né dell'opera della Comunità di San Benedetto.
La risposta è stata - oggettivamente - una sequela di frizzi e pinzillacchere, tra cui uno particolarmente fastidioso su San Francesco. E dire che se fossi il rappresentante di un governo sta per varare una manovra improntata ad una sobria austerità, io di San Francesco ne parlerei bene. Forse era un economista più lungimirante di loro.

PS
La battuta su San Francesco recitava più o meno “Andando a vedere le teorie liberiste, il papà di San Francesco ha fatto del bene alla gente assai più del figlio: Pietro di Bernardone ha almeno fatto la ricchezza di chi lavorava per lui, mentre San Francesco ha portato la povertà a tutti quelli che lo hanno seguito”. La cosa non farebbe neppure ridere se non fosse che due serissimi studiosi di teologia medievale, Giovanni Ceccarelli e Giacomo Todeschini, sostengono da qualche anno la tesi secondo cui l'origine del liberismo in economia è da ricercare nel pensiero francescano medievale. Certo, in Vaticano questa tesi è abbastanza contestata, ma sembra proprio che nel mondo accademico stia trovando diversi sostenitori, con una certa abbondanza di pubblicazioni in merito. Secondo il mio modesto parere, l'attitudine di questo governo nel capire l'origine dei problemi in cui ci stiamo dibattendo si vede anche da questi dettagli
Giotto (?)
La predica agli uccelli (1290 - 1295)
Basilica superiore di San Francesco, Assisi

Il pericolo non è il mio mestiere (favola con morale)


Gustave Doré (1832-1883)
Wentworth Street
incisione tratta da London, A Pilgrimage (1872)

Non amo il pericolo. Non amo le cose pericolose e meno che mai i posti pericolosi. Quando sciavo, evitavo le piste nere e in montagna, se in un sentiero incontro l'indicazione “per esperti”, cambio strada. In Siria, la mia guida mi aveva invitato a fare una capatina nell'Iraq settentrionale dove, a sentir lui, era tutto tranquillo: naturalmente ho detto di no.
Ci ho pensato qualche giorno fa quando, sotto casa in Vico della Croce Bianca, ho incocciato una coppia, madre e figlia, impegnata in un evidente sopralluogo “immobiliare”. Fingendomi uno sfaccendato - cosa che a dire il vero mi riesce molto naturale – mi sono appoggiato al muro più vicino per ascoltare la loro conversazione.
“Guarda che degrado!”
“Che puzza!”
E via così.
In effetti, era la fine di luglio e il vicolo, come quasi tutto il centro storico, era piuttosto maleodorante, ma il tono con cui le due stavano confabulando era francamente irritante, soprattutto nel modo pappagallesco con cui usavano il termine “degrado”. Penso fossero convinte che la zona non era degradata, ma “degradante” e che tale effetto si estendesse naturalmente anche agli abitanti. Avevo quasi voglia di interromperle dicendo: “Signore, nessuno vi costringe a comprar casa nel centro storico se non ci siete tagliate. Esistono un sacco di altri quartieri dove potrete trovare quello che fa al caso vostro”.
Invece fu la madre a rivolgermi la parola, dicendomi in tono brusco: «Ma... questo posto... ma è sicuro?»
Ora...come dicevo prima, io non amo i posti pericolosi. A qualcuno piacciono, ma a me no. Tuttavia mi è capitato di vederne qualcuno, generalmente dal finestrino di un taxi o del metrò: qualche zona del Bronx, il South Side di Chicago, alcune zone della banlieue di Parigi o del centro di Barcellona (che oggi, tra l'altro, sono diventate quartieri per fighetti). Una volta ho addirittura attraversato Vanazdor (in Armenia) poco dopo un regolamento di conti della mafia locale: una lunga distesa di casermoni socialisti mentre per la strada brulicavano gli agenti della polizia armena con i loro buffi cappelloni a disco in stile sovietico e meno buffi kalashnikov sotto braccio.
Ebbene: mai e poi mai mi sarebbe passato per l'anticamera del cervello di rivolgere la parola a chicchessia, quindi men che meno di chiedergli se quello era un posto “sicuro”. Accidenti: quando attraversi un posto pericoloso, cerchi di appiattirti sul muro o di sparire sul sedile della macchina dove ti trovi, guardi solo in avanti e cerchi di lasciarti il quartiere alle spalle il più presto possibile, senza voltarti indietro.
A questo punto, che gli potevo rispondere? Che il solo fatto che si fosse sentita di farmi quella domanda era già di per sé la risposta? O non sarebbe stato meglio un bel racconto truculento con rapine e spacciatori? Alla fine – è la mia natura – ho impapocchiato un discorso obiettivo sui pregi e i difetti dell'area e su come la dipendenza dei valori immobiliari della zona dipendano in modo pesante dalle scelte dell'Amministrazione e che pertanto potrebbero avere una forte volatilità. Ero abbastanza sicuro che non ci stessero capendo un acca e che, forse, era meglio dar fondo alla stura su droga e delinquenti... ma ormai avevo cominciato.
Alla fine se ne sono andate, e io mi sono ritrovato a riflettere su come la “pericolosità percepita” nel Ghetto (e nell'intero centro storico) sia abnormemente accresciuta dalle obiettive condizioni di degrado. Ma che cos'è il degrado?
Mi ricordo che a Washington (città con una popolazione pari a quella di Genova e con un tasso di omicidi circa otto volte superiore) le zone di periferia mettevano tristezza a causa della crisi immobiliare (ghirlande natalizie abbandonate, giardini che si intuiva fossero stati amorevolmente tenuti trasformati in giungla urbana) ma che proprio le tracce di questa cura finivano per lasciare rassicurati (e in effetti, a Washington non mi è capitato nulla). A Montréal la mia amica poliziotta mi ha portato a fare un giro dei vari quartieri cittadini e, quando mi ha portato in quello più “pericoloso” (quello dove si facevano arresti tutti i giorni) sono rimasto colpito da quanto quella distesa di villette dai prati ben tenuti somigliasse ad Albaro. Quando feci notare che il quartiere era molto pulito, lei mi guardò sbalordita dicendomi che, solo perché uno è un delinquente, non per questo non dovrebbe tenere al posto dove abita.
Ecco... quello che rovina il centro storico è la totale mancanza di manutenzione. Il fatto che sia ancora un centro “vivo” e non soltanto turistico comporta certo un certo grado di “vissuto” che è estraneo a quei centri francesi o tedeschi ripuliti fino all'osso, con le loro brave piazzette su cui si aprono gelaterie, librerie esoteriche e negozi di balestre. Nessuno di noi vorrebbe vivere in un posto del genere, non che abbia qualcosa contro i libri fantasiosi o le balestre giocattolo (e meno che mai contro i gelati), ma un centro storico conciato in quel modo finirebbe per perdere la sua funzione fondamentale, che non è quella di affascinare i turisti ma di funzionare come una “camera di decompressione” in cui possono trovare rifugio tutti coloro che, per un motivo o per altro, rischiano di trovarsi spaesati in una città divisa a compartimenti stagni come Genova. Il centro storico è, in pratica, l'unica zona della città (e sono relativamente poche in Italia) dove la diversità è tutelata. Solo che è tenuto veramente male.


LA FAVOLA INSEGNA CHE...
gli italiani si credono che speculare sugli immobili sia una cosa facile. Figuriamoci: è un incubo gestirli, non parliamo di specularci sopra. È anche vero che, con un mercato così pesantemente influenzato dai chiari di luna del settore pubblico (dalla pianificazione alla tassazione), la gente si metta in testa cose strane. Non esiste la casa perfetta, centrale, decorosa e che magari costi anche poco: ogni immobile ha pregi e difetti che andrebbero attentamente valutati. Naturalmente, in un paese dove l'economia finanziaria è una steppa selvaggia attraversata da orde di saccheggiatori, tutti buttano negli immobili i loro risparmi (magari senza pensare che anche quella non è una situazione troppo diversa).
Anche se a prima vista non sembra, il problema della proprietà è strettamente connesso a quello del degrado: con il progressivo restringersi dei margini di guadagno, la messa a reddito di un immobile tende a diventare sempre più speculativa e sempre meno conservativa: in soldoni, si tende a massimizzare il profitto (magari attraverso il subaffitto ad extracomunitari) e a minimizzare gli interventi di manutenzione. È il tipico fenomeno della “proprietà assente”, già ampiamente descritto
in innumerevoli saggi sulle grandi città americane, e il risultato di questo processo è inevitabilmente il degrado: i residenti (proprietari o inquilini) finiscono per perdere fiducia sulle possibilità di rivalutazione dell'area in cui abitano e, non diversamente dai “proprietari assenti”, tenderanno a limitare al minimo indispensabile gli interventi di manutenzione e a rimandare quelli di risanamento, fino ad arrivare a vendere, con tutta probabilità proprio ai “proprietari assenti”, che vedranno così aumentare la loro quota di immobili “problematici”.
Alla fine perde interesse anche l'Amministrazione Pubblica, soprattutto se l'area in oggetto è abitata da stranieri (ovvero gente che non la vota), e dato che la progressiva perdita di valore dell'area finisce per creare un differenziale di valore tale da renderla appettibile per la speculazione (si parla in questo caso di soggetti di una certa importanza, non certo dei piccoli risparmiatori) si verranno a creare gruppi di pressione volti da una parte a dissuadere l'Amministrazione a fare qualsiasi intervento (“soldi sprecati”) e dall'altra a offrirsi “spontaneamente” di intervenire sull'area.
“Che male c'è?” ci si potrebbe domandare. Si tratta di un processo economico teso al rinnovamento e non di uno sfollamento imposto. Qualche problema però c'è.
Siccome è più facile fare il macellaio (o il serial killer) che il neurochirurgo, si sente sempre più spesso parlare di “sventramenti” piuttosto che di “interventi puntuali”; in parole povere, gli imprenditori tendono a buttare giù tutto in nome del nuovo, dato che demolire indiscriminatamente costa meno che recuperare. Ma quello che tirano su non sempre (anzi quasi mai) è di una qualità lontanamente paragonabile a quella che un tempo aveva ciò che è stato demolito. Detto in altra maniera, distruggiamo cose che non siamo più n grado di ricostruire in nome di presunte migliorie tutte da dimostrare. Faccio un parallelo urbanistico per rendere più chiaro il concetto: con la Fiumara il tessuto commerciale di Sampierdarena è stato praticamente distrutto e sono stati eliminati posti di lavoro consolidati e “sicuri” per avere in cambio un centinaio di posti come commessa o come cassiere (a tempo determinato). Allo stesso modo gli edifici moderni, specie se di edilizia pubblica o di natura speculativa, hanno spesso muri troppo sottili (e quindi richiedono molta più energia per essere riscaldati), serramenti troppo fragili o disposizioni cervellotiche. Gli impianti sono probabilmente più facili da montare o da gestire (spesso neanche quello), ma nel complesso le voci negative surclassano quelle positive.
E allora perché si fa? Perché è un affare. Anche se solo per pochi. Gli immobili hanno comunque un valore, dato dalla loro posizione. Nel centro storico si trovano – scusate la tautologia – al centro. Che in tutta Europa è l'area più ricercata (in America non è così, ma questo è un altro discorso) perché è quella da cui più facilmente si può accedere alle altre. Se si demolisce un edificio del centro (magari facendone ricadere gli oneri sulle comunità) e lo si ricostruisce... un po' alla buona, l'imprenditore si intasca per intero il plusvalore risultante (scusatemi la desueta terminologia marxiana, ma ho raramente trovato l'analisi del filosofo di Treviri così calzante come in queste operazioni).
Morale: ogni cartaccia buttata per terra è una cartuccia nella bandoliera degli speculatori. Non sono brutta gente, anzi, in una condizione politica normale e con un regime fiscale sensato sono figure assolutamente necessarie per il buon funzionamento di una società. Ma nella situazione malata che si è venuta a creare sembra che ne siano rimasti solo due tipi: i pescecani e le due donne di cui si parlava, ignare (ma forse nemmeno troppo) che parlare di degrado è il primo passo per fare un buon affare.

mercoledì 21 settembre 2011

Il cantiere misterioso


Pieter Bruegel il Vecchio
La Torre di Babele (1563 c.)
Kunsthistorisches Museum, Vienna

Da abitante del Ghetto, provo una spiacevole sensazione tutte le volte che qualcuno entra in Vico Croce Bianca e comincia a comportarsi in modo “coloniale”.
La cosa mi succede abbastanza spesso: ho sempre l'impressione che i perniciosi procacciatori di contratti su gas e telefonia che sciamano nel centro storico (e che si introducono proditoriamente nei portoni fingendo spacciandosi per operai), tutte le volte che entrano ne Ghetto ci prendano un po' per cretini, sbandierando slogan assurdi, tipo: “Noi di Gaz de France siamo produttori diretti” (non sapevo che la Francia avesse imponenti giacimenti di metano), oppure “Lo sa che adesso può risparmiare levandosi dalle fasce orarie” (qualche anno fa dicevano che con le fasce orarie avrei risparmiato). Capisco che è grazie a quell'infaticabile legione di centralinisti, piazzisti e addetti al volantinaggio che i nostri governanti possono andare a Bruxelles e dire al resto d'Europa che la disoccupazione in Italia non è poi così tanto preoccupante, capisco che sono dei poveri cristi come me e che devono pur lavorare, ma accidenti... devono proprio venire tutti sul mio pianerottolo.
Tuttavia, l'esperienza più seccante l'ho avuta quando sul pianerottolo sono arrivate le Istituzioni. Per la verità non era proprio il pianerottolo, ma il portone di casa: fu quando l'ex presidente della Circoscrizione Aldo Siri, accompagnato da un tecnico, arrivò in Vico Croce Bianca a spiegare ai cittadini residenti il progetto del Comune per un “centro di primaria assistenza” da realizzarsi proprio al pianterreno della casa dove abito. Credo che il nostro fosse uno dei pochi isolati in tutta Genova dove i condomini, non appena informati delle intenzioni del Comune, avevano reagito pensando che era meglio che tossicodipendenti ed extracomunitari (l'accoppiata standard degli ambienti degradati) avessero un posto dove andare piuttosto che sentirsi male in mezzo alla strada. Certo... di regola, il Comune avrebbe dovuto contattare l'amministratore affinché convocasse un'assemblea straordinaria per discutere gli interventi sulle parti comuni, ma non sembrava proprio il caso di stare a cavillare, anche perché, dalle sommarie descrizione che erano state fornite fino a quel momento, l'intervento avrebbe potuto in effetti essere qualsiasi cosa, da un ambulatorio a un cpt in miniatura. Benvenuto quindi a Siri e al suo tecnico che, anche se in modo un po' poco ufficiale, ci avrebbero illustrato cosa il Comune intendeva fare in casa nostra.
A dire il vero, la cosa non mi interessava un gran che: quando le istituzioni agiscono su una scala relativamente piccola, non è importante quello che hanno intenzione di fare, quanto piuttosto quello che faranno sul serio; per quel giorno avevo un impegno e non cercai di spostarlo. Così arrivai in ritardo.
L'esposizione del progetto era già stata fatta ma, a giudicare dalle facce perplesse dei residenti, credo proprio che non fosse stata di qualità molto superiore a quella dei piazzisti del gas di cui si parlava all'inizio. Ero appena entrato che qualcuno disse: «Fateli un po' vedere a lui i progetti, che è del ramo e insegna ad Architettura». E Siri replicò: «Ma non scherziamo».
Ci rimasi male.
Mi avvicinai al tecnico intento a squadernare le tavole di progetto, e gli feci timidamente notare che ero un residente, che effettivamente ero laureato in architettura e che, tecnicamente, insegnavo appunto ad architettura come professore a contratto. Come qualifica non sarà un gran che, ma si vedeva che non scherzavo.
Come alla mezzanotte delle fiabe, le tavole di progetto sparirono d'incanto: il tecnico mi rispose che non c'era più tempo e che tutti dovevano scappare. Per un attimo, ebbi quasi il timore che perdesse la proverbiale scarpetta nel vicolo, ma invece di lasciarmi una scarpa, il tecnico si congedò con una garbata minaccia: «Comunque, può trovare tutte le informazioni che vuole nei nostri uffici al Matitone»
Gira una leggenda urbana sul Matitone: pare che lo studio Skidmore, Owings & Merrill, filiale di New York, una volta incaricato del progetto abbia mandato a Genova un giapponese (anche se alcune versioni della storia parlano più generalmente di un asiatico) e che questo giapponese fosse andato letteralmente in visibilio di fronte al campanile di San Donato, giudicandone la forma ottagona come quintessenza della genovesità. Si era negli anni Ottanta, quindi in fase di imperante postmodernismo, pertanto simili storie potrebbero persino essere prese sul serio. Sia come sia, il grattacielo venne effettivamente costruito in forma di gigantesco prisma ottagonale e a capo del progetto doveva proprio esserci un giapponese, dato che non pensò affatto che, nella tradizione europea, i più famosi edifici a pianta ottagona sono Castel del Monte (che ancora oggi non si sa a cosa servisse) e il Panopticon di Bentham, una prigione studiata appositamente per far impazzire di terrore chi vi finiva recluso. Va detto, a onor del vero, che in America la storia è un po' diversa, ma non è il caso di fare una lezione sulle forme stereometriche nella tradizione architettonica americana... sta di fatto che, con simili premesse, non fa meraviglia che l'edificio sia rimasto vuoto per un bel pezzo fin quando non è stato acquisito dal Comune (gira che rigira, sempre a spese del pubblico va a finire...) Insomma, a nessuno fa piacere andare negli uffici al Matitone; chi lo fa deve essere animato da sentimenti forti, come l'interesse o la vendetta: di fatto i corridoi del Matitone sono pieni di persone intimorite dalla macchina kafkiana in procinto di masticare i loro sogni edilizi o da anziani delatori pronti a denunciare gli illeciti e le malefatte dei vicini.
Personalmente non ero né interessato, né vendicativo: c'ero soltanto rimasto male, ma me ne feci una ragione. Quindi non ci andai.
I lavori cominciarono immediatamente dopo, il cartello di cantiere venne debitamente affisso in modo che nessuno riuscisse a leggerlo e quando chiedevo a qualcuno ragguagli su chi fosse il direttore di cantiere o almeno i responsabile del procedimento mi veniva fatto il nome di funzionari contattabili, naturalmente, nel loro ufficio al Matitone. Non che fossi preoccupato per qualcosa: semplicemente mi incuriosiva il fatto che, pur abitando lì, non avessi modo di sapere quel che stavano facendo senza dovermi recare nel fatidico Matitone. Non ho la macchina e non amo prendere l'autobus; sì ci sarebbe la stazione di Via di Francia... ma i treni che si fermano si potrebbero contare sulle dita della mano di un monco.
Il regolamento condominiale di casa mia è piuttosto sommario e, dato che nessuno si era degnato di convocare un'assemblea, brancolavo nel buio: in pratica, secondo i termini del regolamento (credo risalente all'anteguerra) il Comune avrebbe potuto farci di tutto: un locale di quarantena per malattie infettive, una sede distaccata della SPECTRE, un presidio locale dell'ASTER (in ordine di pericolosità). La pagina internet dell'Urban Lab dedicata al Contratto di Quartiere del Ghetto parlava di un ambulatorio socio-sanitario (?) di una scuola materna (??) e di una residenza per giovani artisti (???). Quest'ultima definizione mi lasciava perplesso: esistono graduatorie per giovani artisti senza tetto?
Lo confesso: sono irriducibilmente ancorato alle desuete definizioni di destinazione d'uso e la lettura di quella pagina mi lasciò sconcertato non meno che se la Pubblica Amministrazione mi avesse spedito una raccomandata con su scritto “Sbiriguda, come se fosse Antani”. Invece ne arrivò una che informava i residenti che, grazie all'impegno del nostro battagliero consigliere di condominio, intervenendo sulle parti comuni della facciata il Comune avrebbe provveduto a mettere in sicurezza un camino svergolato, Venivano proposte tre alternative, sottolineando come se la decisione non fosse stata presa al più presto, il Comune avrebbe provveduto motu proprio alla prima soluzione, dal momento che il tempo stringeva e sarebbero scaduti i finanziamenti necessari ai lavori. Ero così contento che neppure me la presi per il fatto che il Codice Civile indica esplicitamente l'intervento sulle parti comuni come motivo di una necessaria assemblea, che naturalmente nessuno aveva convocato. Avevo finalmente capito a cosa erano destinati i lavori: il percepimento dei finanziamenti! E io che, alla fine, ero quasi preoccupato dal mistero che sembrava aleggiare attorno al cantiere.
Cos'altro dire? I lavori procedettero speditamente, il camino venne risistemato e gran parte del pianterreno dello stabile rimesso a nuovo. Come ci era stato detto fin dall'inizio, venne poi aperto un ambulatorio socio-sanitario. Ma che cos'è? Nessuno lo sa. È aperto due ore a settimana e quindi non ci va mai nessuno.

domenica 4 settembre 2011

Per fare un tavolo, ci vuole il legno

Caspar David Friedrich (1774 - 1840)
L'albero solitario (1822)
Berlino, Gemäldegalerie

Per fare il tavolo, ci vuole il legno...
Per fare il legno, ci vuole l'albero...
La cantava Sergio Endrigo quando ero piccolo, e io ancora mi commuovo se mi capita di ascoltarla. Eh sì, sono proprio un sentimentale dai gusti particolarmente infantili. Questo post vuole un po' seguire la stessa traccia della canzone, partirà dai tavoli della burocrazia finanziaria per arrivare ad alberi veri e propri che speriamo di piantare da queste parti. Il tragitto sarà forse un po' lungo, ma mi auguro davvero che riuscirà ad essere di un qualche interesse per chi lo leggerà.
Banchi di scuola e alberi vengono sagacemente accostati in uno spot irresistibile che termina con la memorabile affermazione secondo cui "Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti con i servizi". Forse ci sarebbe qualcosa da ridire, ma, in linea teorica il ragionamento è inappuntabile. Il problema è che nei trenta secondi di cartone animato si cerca di far passare l'idea di un'implicazione logica tra le due proposizioni, anzi, lo si afferma esplicitamente: "Se più persone pagano le tasse i servizi aumentano, ma solo se tutti le pagano questi servizi diventano davvero efficienti". Tutto ciò, purtroppo non è vero, cioè... magari potrebbe anche succedere, ma è perfettamente possibile che accada il contrario. L'ipotesi più probabile per il nostro paese e che aumenteranno le tasse (e non tutti vorranno o potranno pagarle) mentre i servizi si ridurranno drasticamente (e non tutti ne saranno beneficiati). Per quel che ne sappiamo, proprio per questo potrebbero diventare più efficienti. D'altra parte, Kennedy diceva che i cinesi scrivono la parola crisi accoppiando i caratteri che significano "pericolo" e "opportunità", e  Kennedy pagava i migliori ghost-writer dei suoi tempi. Chissà che questo probabile quanto imminente crollo nella quantità di servizi non possa rivelarsi un'oppotunità per la nostra Piazza Senza Nome. Prendiamolo come un buon viatico di fronte a un futuro quanto mai incerto.
Ma andiamo per ordine.
Lo stato italiano (cioé noi) al 31 dicembre 2010 aveva un abominevole debito pubblico ammontante, secondo Bankitalia, a 1.843.015 milioni di euro. Scriviamo bene questa cifra per esteso:
1.815.015.000.000 €
Immaginate cosa potreste fare con solo un'infinitesima frazione di quel denaro... immaginate cosa potremmo fare qui nel Ghetto, che è appena più grande di due campi di calcio affiancati. Ma queste sono cifre da Stati e non riguardano noi comuni mortali.
Ora... questo milione e ottocentomila milioni di debito non sono in realtà né tanti, né pochi. Se il nostro Prodotto Interno Lordo fosse il doppio di questa cifra, sarebbero pochi, se invece fosse la metà sarebbero terribilmente tanti. I nostri antenati lo spaevano benissimo: se andate in Via Luccoli, al civico 26 troverete un portale quattrocentesco su cui campeggia un monito che ben si adatta ai genovesi di una volta: SVMPTVS CENSVM NON SVPERET, ovvero “Le entrate non superino le uscite”.
Il motto è saggio, ma non del tutto veritiero. La finanza del XX secolo è un po' più articolata rispetto a quella del XV e ha finito col dare al debito, e soprattutto al debito pubblico, il valore di un volano per l'economia. La chiamavano economia keynesiana e, nel tempo, ha probabilmente salvato più vite della penicillina. Oggi, ad esempio, il Giappone ha un debito pubblico che è pari a due volte e un quarto il suo PIL, ma i soldi del debito sono stati spesi in investimenti infrastrutturali. Per la verità, l'effetto combinato della crisi internazionale e di una catastrofe come quella di Fukushima (che, a dire il vero, sono abbastanza legate tra loro) autorizzerebbe a previsioni alquanto fosche, ma il Giappone resterà comunque un paese affidabile, cui gli investitori, soprattutto se giapponesi, affideranno volentieri i loro risparmi.
Per noi, è diverso. Se escludiamo il caso giapponese (che a tutti gli effetti è un'anomalia su scala mondiale) e la città stato di Singapore (la cui finanza pubblica è molto “nipponica” nel modo di ragionare), i paesi in cui il debito pubblico è superiore al PIL sono pochissimi: ci sono l'Islanda e la Grecia, le cui vicissitudini sono ormai note, e c'è lo Zimbabwe, disgraziato paese che detiene il primato dell'iperinflazione (100.000 % su base annua secondo l'ultimo rilevamento disponibile del 2008) e dove una pagnotta arriva a costare 200.000 miliardi zimbabwani. E, dulcis in fundo, ci siamo anche noi.
Eh già, il nostro debito pubblico (sempre secondo Bankitalia) al 31 dicembre del 2010 corrispondeva al 119 % del PIL, un dato in continua e inesorabile crescita fin dal 2007. Quindi, c'era da preoccuparsi da almeno tre anni, quando il debito ha superato il PIL, e c'è ancor più da preoccuparsi adesso, perché sembra che nessuna delle contromisure adottate abbia funzionato. Ammesso che ve ne siano state: in Italia il debito pubblico è in parte servito a finanziare opere infrastrutturali sulla cui utilità o sulla cui gestione ci sarebbe molto da ridire, in parte (in piccola parte) per finanziare i servizi, ma soprattutto per coprire gli interessi dei titoli di stato emessi in precedenza. Insomma, non è che ci fosse molto da poter fare, ma noto per inciso che da anni si parla di tagliare il tagliabile e nessuno osa mettere in dubbio la cancellazione di quelle grandi opere che hanno suscitato più critiche che consensi.
Ricapitoliamo. Uno stato ha essenzialmente due modi per reperire i fondi necessari al proprio sostentamento: prelevarli dai propri cittadini sotto forma di tasse (e per questo ricambiarli attraverso i servizi) o chiederli in prestito sul libero mercato sotto forma di titoli di stato. Ora, mentre il rapporto tra il debito contratto dallo Stato e quello contratto dalle pubbliche amministrazioni è circa di 95 a 5, la composizione complessiva del debito pubblico vede una netta prevalenza dei titoli di stato (l'83%). Che cosa significa tutto ciò? Che nei prossimi anni, tutti gli sforzi economici del paese dovranno essere impiegati per coprire gli interessi sul debito, e rimarrà ben poco per il resto, enti pubblici compresi. Ciao ciao servizi! Quando si è indebitati fino al collo e non si guadagna abbastanza, si deve tirare a cinghia, aspettando finché i creditori non sono stati ripagati oppure si fa fallimento, altre strade non ce n'è, o quasi...
Si può sempre mporre un prelievo forzoso, un po' come fece Amato, ma questa non è soltanto una manovra dalle conseguenze politiche spesso infelici (la tentò la repubblica di Weimar nel 1919, con le conseguenze che tutti sappiamo) ma suona anche come una presa in giro nei paesi come l'Italia dove i titoli di stato sono detenuti da risparmiatori nazionali: in effetti si pagherà il loro credito con quegli stessi soldi che vengono prima prelevati. Questo nel migliore dei casi; nel peggiore si aziona un colossoale meccanismo di esproprio ai danni dei piccoli risparmiatori a favore degli investitori istituzionali (banche e gruppi finanziari in genere) con il risultato di disgregare definitivamente que che resta di una compagine sociale già abbastanza sfilacciata.
Oppure, come si è detto, si dichiara il fallimento dell'intera nazione, azzerandone il debito istantaneamente. E subito, piccoli risparmiatori di qua e di là dei confini ce l'hanno in un piede perché i loro risparmi in Btp diventano carta straccia, ma anche i gruppi bancari che, come si dice, ce l'hanno nella pancia, se la vedono subito brutta. Questo non farà proprio un bell'effetto sui mercati internazionali, soprattutto perché si è aspettato che la situazione degenerasse nonostante i problemi fossero già evidenti da almeno tre anni. Per l'Italia, l'insolvenza, il default come lo chiamano oggi, significherebbe una decina d'anni di ostracismo da parte dei mercati internazionali, e noi non siamo come l'Argentina che, bene o male (più male che bene) è in grado di autosostentarsi. Significherebbe la sparizione di servizi anche essenziali, il crollo ai minimi termini di economia e occupazione, l'allargamento vertiginoso del già preoccupante divario tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione e la conseguente sparizione della classe media, che avrà pure tanti difetti, ma in fondo è quella che garantisce una certa viscosità soiclae nel sistema. Significherebbe anche uscire dall'euro e riadottare la lira, affidandosi a ripetute svalutazioni per ridare una certa competitività alle nostre esportazioni, ma pagando con gli interessi tutti le importazioni, dai generi alimentari alla tecnologia (per non parlare di tutte le voci legate all'energia... E se mai volessimo tornare a rivestire un certo "appeal" sui mercati ripagando in parte il debito accumulato, dovremo comunque farlo in euro. Insomma, l'uscita dall'euro (praticamente inevitabile in caso di default) invece di darci respiro ci procurerebbe nuovi guai.
Sperando che tutto questo non accada, nonostante gli sforzi compatti della nostra classe politica per farci apparire una manica di cialtroni inaffidabili agli occhi del mondo, è del tutto probabile che il paese stia andando incontro ad un periodo più o meno lungo di vacche magrissime.
Perciò, a conti fatti, è inutile credere alla fola del più tasse più servizi: se tutto va per il meglio (ma proprio per il meglio) avremo solo più tasse e basta. Parafrasando Kennedy, t'attacchi se speri che lo stato farà più qualcosa per te, pensa piuttosto a cosa puoi fare tu con i brandelli cenciosi che lo stato butterà via in un'affanosa rincorsa fatta di tagli sempre più indiscriminati.
E qui, finalmente, entra in scena il Ghetto!
Come diceva Conan il Barbaro, "Tutto ciò che non uccide fortifica" (forse era Nietzsche, ma Conan lo scrivo più facilmente).
Al Comune di Genova hanno capito che aria tira e così si sacrificherà l'orto botanico. D'altronde, a cosa serve un orto botanico? Le scuole non hanno più soldi per le vacanze di classe (anzi, forse non avranno nemmeno più vacanze) e i biologi possono studiarsi le piante su Wikipedia! La voce si è diffusa, e qualche pianta centenaria (che magari avrà avuto persino un valore venale) si è già volatilizzata. D'altronde, cosa mai saranno poche centinaia, o magari migliaia di euro, di fronte a quei milleottocento milioni che volteggiano sopra di noi. Allora ci siamo detti: per lasciare lì a seccare quelle piante, perché non ce ne facciamo dare qualcuna? La Piazza Senza Nome è anche senza alberi e gli alberi, in fondo, sono proprio belli! Danno il senso ad una piazza,,, che rimarrà ccomunque senza nome, ma magari avrà un po' d'ombra e, forse, ma non vorrei sperare troppo, anche una panchina.
Ci pensate che bello? Una panchina... Dove fermarsi a riposare, magari smangiucchiare un panino (soldi alle imprese), fumare una sigaretta (soldi allo stato)... e cosa ne dite di una dichiarazione d'amore (questa finalmente gratis)? Alla faccia del debito pubblico e del suo milione e ottocentomila milioni necessari a pagare assurdità come il ponte sullo stretto (anche se poi non lo faranno) o il collegamento veloce con Lione (così, anche se le cose andranno male, avremo almeno il camembert fresco tutte le mattine).
Accantonato per un attimo il sogno di una panchina, abbiamo chiamato un amico dell'Aster e gli abbiamo chiesto se, tra le piante dell'orto botanico destinate all'abbandono, ce ne fosse qualcheduna che potesse andarci bene. L'amico ha subito messo in chiaro che dovevamo scordarci che qualcuno venisse mai a fare manutenzione. Ci sono già problemi di personale adesso e, contemporaneamente, dalla chiatta dell'Urban Lab escono voci di una città sempre più “smart” e sempre più verde: questo significa che per provare almeno a fare quello che si sta promettendo ci sarà bisogno di fare miracoli, senza bisogno che la gente del Ghetto si metta in testa di volere gli alberi in una piazza che non c'è.
In effetti, se ci fate caso, Genova è già adesso piena di alberi e un tempo ce n'era anche di più. Il loro stato di manutenzione è quello che è, e considerando che a fronte dei pensionamenti che ci sono stati nel settore non ci sono state in pratica assunzioni, ha del miracoloso. E pensate a quanti parchi ci sono a Genova. Insomma, se vogliamo gli alberi ci dobbiamo pensare noi.
Come andrà a finire? Non lo so. Ma d'altra parte, per fare un albero ci vuole un seme, per fare un seme ci vuole un frutto e per fare un frutto ci vuole un fiore. Per fare tutto ci vuole un fiore, E qualche fiore, nella Piazza Senza Nome, ci starebbe proprio bene.